martedì 13 settembre 2011

Quanto e' facile

la nostra vita? Quanto? Ditemelo voi.
Quanto è facile aprire un social network e "conoscere" una persona, evitando tutti quei spiacevoli convenevoli e commenti, che potrebbero nascere da una stretta di mano e un bacio sulla guancia. Quanto è facile? Quanto?
Questa vita è la vittoria dell'introversia e del voyeurismo. Vedo una persona, casomai spesso. Noto che questa frequenta persone a me conosciute, abbiamo amici comuni ma non ho il coraggio di presentarmi, di presentarmi fisicamente difronte a lei allungare la mano verso la sua e dire con tono forte e deciso : "Piacere, il mio nome è: ".
Quanto è facile , penso il quel momento , tornare a casa ed evitarmi questo strazio , evitare una brutta figura o un'ambiguità, perché in quel momento sto pensando: perchè presentarmi da vicino, se ho la possibilità , tornato a casa, di risparmiarmi questa fatica?
Non c'è nemmeno il pericolo di vedere la realtà , del suo volto. Ma dico, un tempo l'umanità non era curiosa? Io lo sono, ma gli altri? Non esiste nemmeno più la curiosità, la voglia, di assistere alla reazione che l'altra persona , nel momento in cui le stringo la mano, ha?
La stretta di mano è una cosa così importante, una stretta di mano sbagliata, potrebbe darti le informazioni necessarie per non frequentare mai più una persona nella tua vita e salvarti imbarazzi e difficoltà varie.
Ma poi le persone sono così diverse dietro lo schermo. Mi sembra di vedere tutti profili camminanti, guardo tizio e vedo un pannello lungo e largo quanto il suo corpo, diviso da una striscia centrale  ; a sinistra l'io davanti lo schermo, a destra , l'io dietro lo schermo. E' così facile, è così coraggioso , l'io di destra.
Sono tutti aspetti che vale la pena considerare, conosco persone che ostentano una certa riservatezza, ma sembra che una serie di link e qualche stato a distanza di qualche ora, sia capace di raccontare più di quanto effettivamente essi non vogliono o forse si. Quanto è facile?. La riservatezza è un concetto relativo, è un nascondersi dietro la timidezza, non una voglia di tenere realmente nascosti i propri interessi o intimità.
Chi non è riservato nella vita, lo è dietro lo schermo e viceversa. E' tutto così semplice quindi, ora?
E' un discorso assurdo, lo so, ma ne sono sempre più convinto. Se qualcuno è ancora convinto che riservatezza e timidezza vadano di pari passo e sopravvivano, non si è accorto probabilmente di cosa sia accaduto proprio a loro stessi. E questo mi piace. Continuo a chiedermi.
Quanto è facile?

giovedì 8 settembre 2011

Riuscire

a combattere un blocco, qualcosa di cui non conosciamo la provenienza o quantomeno ne abbiamo un sospetto, ma non lo vogliamo accettare. Rendersi conto di quando accade ed ammettere di aver trovato un discreto collegamento con la necessità ; per carità, potrebbe essere tranquillamente una coincidenza, ma ho i miei motivi per credere che non lo sia. Non riesco a comprendere per quale motivo e in che maniera la necessità ( senza scendere nel particolare di definirne la tipologia ) riesca a stimolare in maniera così efficace la fantasia, anche essendo due concetti apparentemente estranei tra loro. La spiegazione che mi sono dato è collegata a sua volta ad un altro concetto: la ricerca. Infatti la ricerca di soddisfare la necessità comporta un carico di lavoro, di elaborazione, mero bisogno ( a sua volta ) di affogare l'obiettivo con un'altra medicina. Sembra d'un tratto tutto chiaro, semplice, limpido. Ma a conti fatti non credo lo sia. Esiste la rinuncia, il dovere. E' come ricevere un dono utilizzabile solo sotto determinate condizioni, solo attraverso la privazione di quello che costantemente inseguiamo. 
All'improvviso mi è venuta in mente una cosa : i fumetti dei supereroi. Questi non sono frutto della follia delirante di un fumettista disadattato , ma una forma di filosofia sottile . Nel secondo volume di Kill Bill , Bill, per l'appunto , evidenzia proprio tale aspetto del supereroe : Superman, Spiderman, Batman etc.. seppure in maniera differente rispetto a quello che sto pensando io. Quel che io intendo è che il super-potere di ognuno di questi. non è altro che una metafora del talento degli uomini ( di coloro che lo possiedono). E' il potere di uno ( o di pochi ) perché come il talento, esso non è dono di molti.
Ognuno di loro porta sempre con sé il ricordo di una rinuncia. Detto in parole povere, vorrei giungere alla conclusione che il talento non riesce sempre a convivere con il resto delle emozioni, poiché esso ti costringe a pagare un pegno, il cui prezzo, è che , lui, ti vuole tutto per se. 

Tutto ciò non deve essere interpretato in maniera radicale, non credo neanche che siano cose del tutto vere, è un pensiero passeggero e che , anche se mio ,non so nemmeno se condivido del tutto. Sono anche convinto del fatto che un uomo fatto di solo talento non può essere chiamato tale , che la rinuncia, seppur momentanea di esso, può rendere più orgogliosi e soddisfatti di quanto il talento stesso non faccia.